a cura del Dott. Maurizio Cianetti
La guerra predatoria alla ricerca di sicurezza rappresenta una dimensione centrale nella storia del
Sapiens, espressa nel concetto di deterrenza. Brevi o lunghi periodi di pace – o, più precisamente,
di assenza di guerra – hanno favorito la cooperazione, la formazione di nuove alleanze e, in termini
evolutivi, la speciazione.
Tuttavia, quando le condizioni culturali e sociali, insieme alle paure di essere attaccati o di perdere
risorse, interrompono questa cooperazione, la specie umana tende a cercare nuovi alleati contro
potenziali nemici. Il nostro cervello, per quanto sofisticato, non è naturalmente predisposto a
mantenere la pace come risoluzione dei conflitti.
In parallelo, la sicurezza derivante dalla produzione di armamenti spesso viene perseguita a scapito
di beni essenziali come l’istruzione, la cultura, la gestione del territorio e la sanità. Questo
squilibrio evidenzia come la ricerca della sicurezza possa generare paradossi: protezione immediata
da minacce percepite a fronte di vulnerabilità a lungo termine.
Note neurofisiologiche e biologiche
• Sistema limbico e amigdala: La paura e la percezione del pericolo attivano l’amigdala,
generando risposte immediate di difesa o attacco. Questo meccanismo antico è alla base
della predisposizione a reagire con aggressività di fronte a minacce percepite.
• Corteccia prefrontale: Coinvolta nella pianificazione e nella regolazione delle emozioni,
permette di mediare tra impulso e decisione. Tuttavia, la sua attivazione è spesso
insufficiente quando la paura e l’insicurezza prevalgono, rendendo difficile la cooperazione
duratura.
• Neurotrasmettitori della cooperazione: Ossitocina e dopamina favoriscono il legame
sociale e la fiducia reciproca, elementi cruciali per alleanze e collaborazioni pacifiche. La
loro azione è però modulata dai contesti di stress e insicurezza.
• Risposta allo stress cronico: Periodi prolungati di minaccia o insicurezza mantengono attivo
l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), incrementando cortisolo e adrenalina, che
preparano il corpo alla difesa ma riducono la capacità di empatia e collaborazione.
• Deterrenza e memoria collettiva: La memoria storica di conflitti e aggressioni attiva circuiti
neurali legati all’attenzione selettiva verso potenziali pericoli, influenzando decisioni
politiche e sociali e consolidando comportamenti difensivi o aggressivi.
Conclusioni e riflessioni sulla guerra, la cooperazione e la neurobiologia della convivenza
1. Cooperazione e sistemi neurofisiologici
• La cooperazione pacifica è sostenuta da meccanismi evolutivi che promuovono
coesione e sicurezza del gruppo.
• I principali mediatori neurobiologici includono:
• Ossitocina: rafforza legami sociali, fiducia e comportamenti prosociali.
• Dopamina: rinforza la gratificazione derivante dalla cooperazione e dal
successo collettivo.
• Serotonina: regola aggressività e impulsi violenti, favorendo risposte calme e
collaborative.
• Corteccia prefrontale: permette pianificazione, autocontrollo e decisioni
morali, inibendo comportamenti egoistici o aggressivi.
• L’empatia, supportata da strutture come la corteccia cingolata anteriore e l’insula,
facilita il riconoscimento delle emozioni altrui e la risoluzione non violenta dei
conflitti.
2. La guerra e le radici evolutive e culturali del conflitto
• La guerra è profondamente radicata nella storia umana come mezzo per risolvere
dispute legate a risorse limitate e potere.
• Armi e violenza hanno un valore simbolico oltre che pratico: esprimono prestigio,
identità collettiva e dominio politico.
• Fattori biologici: paura ancestrale di predatori, istinto di predare e meccanismi di
sopravvivenza selezionati dall’evoluzione.
• Fattori economici e sociali: controllo di risorse, rotte commerciali, interessi finanziari
di potenze e multinazionali.
• La guerra combina impulsi istintivi e giustificazioni ideologiche, creando cicli
ricorrenti di predazione e disuguaglianze.
3. Il fascino e la percezione della guerra
• Attivazione dell’amigdala: paura e minaccia aumentano attrazione per il controllo
tramite le armi.
• Sistema limbico e dopaminergico: sensazione di potere e ricompensa motivano
comportamenti di dominio.
• Influenza culturale: media, politica e ideologie amplificano la percezione della
violenza come legittima e desiderabile.
• La guerra può sembrare la soluzione più diretta alla sopravvivenza e al vantaggio
competitivo, radicata nelle risposte istintive alla competizione per le risorse.
4. Speciazione sociale e cooperazione pacifica
• La speciazione può essere vista come l’evoluzione di sottogruppi che sviluppano
meccanismi cooperativi per la sicurezza reciproca.
• La cooperazione è favorita da contesti sociali e culturali inclusivi, che valorizzano
educazione, solidarietà e giustizia.
• In termini evolutivi e neurobiologici, la cooperazione aumenta la sopravvivenza del
gruppo rispetto all’individuo.
5. Prospettiva etica e culturale
• Pensatori come Balducci e Gandhi evidenziano che la pace duratura richiede una
trasformazione culturale e antropologica:
• Superare la mentalità predatoria e conflittuale.
• Promuovere inclusività, giustizia e rispetto reciproco.
• La non violenza non è solo strategia politica, ma rivoluzione delle coscienze
individuali e collettive.
Sintesi finale:
La guerra e l’attrazione per le armi sono radicate in impulsi biologici, motivazioni evolutive e
logiche di potere economico-sociale. Al contrario, la cooperazione pacifica nasce da sistemi
neurofisiologici che favoriscono legami, empatia e autocontrollo. Il futuro della convivenza tra
individui e popoli dipenderà dalla capacità di integrare questi sistemi biologici con scelte culturali e
sociali che privilegino dialogo, cooperazione e giustizia distributiva, trasformando la logica
predatoria in una strategia di sicurezza condivisa.
